viernes, 27 de febrero de 2015

stare insieme è straordinario: le tempeste non sono un incidente

abbiamo presentato le isole per la prima volta in italia, al convegno archivi del futuro - postcolonialitalia all'università di padova.

le circostanze che ci hanno spinto a partecipare

chiara è nata a padova e un giorno ci ha inviato la proposta di partecipazione al convegno.

in quel momento vesna era in sicilia con i suoi genitori. dalla macchina si vedevano i campi, il mare, i campi, le scogliere, gli allevamenti di spigole.
“gliel’hai detto?”
“no, diglielo tu”
“prima o poi qualcuno dovrà dirglielo”
“in ogni caso, fra poco, lo vedrà da sola”.
suo padre e sua madre continuavano a lanciarsi occhiate preoccupate, piene di vergogna, risentimento e umiliazione. da questo genere di discorsi si poteva temere il peggio.
a vesna erano sempre piaciute quelle pale bianche lungo le autostrade deserte che alte come giganti giravano come girasoli al vento. ma a sua madre non erano piaciute mai e avrebbe fatto di tutto per portare via quel mostro che avevano installato proprio accanto casa sua.
accanto casa dei genitori di vesna, in una delle aree più ventose dell’isola, è stato installato un impianto di mini eolico. “un’ invasione” di pale di cui la maggior parte dei locali, eccetto i proprietari dei terreni, non poteva prevedere l'installazione. nel piccolo comune i paesani arrivavano uno dopo l’altro a lamentarsi fino a tarda notte:
a chi appartenevano queste pale?
chi le aveva autorizzate?
la prima risposta è stata che per gli impianti di mini eolico, a differenza di quelli più alti e costosi, non è necessaria alcuna autorizzazione. un privato può decidere liberamente di affittare la sua proprietà e di installare una pala che però è visibile, udibile, e spicca alla vista di tutti coloro che abitano intorno, uccelli compresi. 


certo non si tratta di un impatto ambientale disastroso come quelli che avrebbero le piattaforme petrolifere tra le isole egadi, appena autorizzate dal decreto sblocca italia dell'attuale governo renzi e avallate dal presidente della regione crocetta. l'arcipelago delle egadi si vede dall'alto della collina dove si trova la casa dei genitori di vesna, talmente sperduta tra le campagne che non hanno ancora avuto l'allaccio della corrente elettrica, pur avendolo richiesto all'enel da ormai quasi un anno. avevano pensato di installare dei panelli ad energia solare ma l'investimento era troppo alto per farlo subito, insostenibile economicamente.
si sarebbe potuto fare un accordo con il proprietario di quella pala eolica a pochi metri da casa: energia pulita, ecologica.
ma non solo quasi nessuno in paese era al corrente dell'impianto delle pale eoliche, soprattutto la produzione di quella energia non è pensata per essere redistribuita, neanche in parte, nel contesto che la produce, di cui sfrutta il vento.
è solo il business globale del gruppo Espe Srl Grantorto - la cui sede è, appunto, in provincia di padova - e di qualcun altro.
di chi? esattamente non si sa. ma di certo l’energie pulita prodotta dal vento interessa anche gli affaristi locali. un paio di settimane fa il quotidiano online l'Ora ha pubblicato un articolo sul re del vento dei parchi eolici di Alcamo, a qualche decina di km dalla casa dei genitori di vesna, tale Vito Nicastro: affiliato a cosa nostra e ai politici di turno in modo trasversale. Il giornalista descrive così il business: Acquistare i terreni, ottenere le concessioni, impiantare il parco eolico e poi cedere “tutto compreso” ai grandi colossi del settore: più facile a dirsi che a farsi. Eppure tra il 2002 e il 2006 sono centinaia i megawatt che la Eolo, prima grossa società dell’ex elettricista di Alcamo, gira alle grosse aziende mondiali, come gli spagnoli di Endesa o i danesi di Grenntex. Lui stesso sottolinea un po’ spocchioso che quello “fu un periodo d’oro, decine di milioni di euro di guadagno ogni anno.”

“leggendo questo articolo, in un modo diverso da come l'ho sempre capito, ho capito che cosa sia lo sviluppo”, dice vesna.

abbiamo visto la pala eolica impiantata qualche giorno prima del termine per la consegna del contributo al convegno postcolonialitalia di padova. fare ancora una volta esperienza diretta delle contraddizioni dello sviluppo ci ha fatto sentire che era necessario comporre una proposta incentrata su una visione postesotica delle isole, fare arcipelago e riunirci tutte.

fare auto-archivio, fare memoria, fare diario

a padova, il primo giorno del convegno è stato nell’archivio antico di palazzo bo. l'architettura interna delle stanze e gli affreschi raccontano i moti del 1848, l'annessione all'Italia, l'aspirazione dei giovani studenti alla dominazione. un'enorme aula in legno, solenne, un archivio verticale, ordinato e imponente raccoglie i fondi provenienti dalle diverse istituzioni accademiche che formavano l’ateneo durante la repubblica di venezia, poi sotto le dominazioni francese e austriaca, infine come parte dello stato italiano. 

l'archivio rappresenta l'accumulazione del sapere che ha contraddistinto padova rispetto ad altre città. nel testo i fondamenti del capitalismo uno storico di tradizione marxista originario di trinidad, oliver cox, descrive la repubblica di venezia come un modello protocapitalista, un centro commerciale nodale. “storicamente, invece, padova può essere considerata come la berkeley della repubblica di venezia, rappresenta il suo potere culturale, la sede di formazione delle sue élites. venezia è un'isola dominante” dice chiara.
“come lo uk e l'australia... e manhattan è un’isola?”, risponde lara ge.
una dopo l’altra usciamo dalla stanza. l'archivio di palazzo bo ci mette a disagio, ci inquieta la sua estetica, il peso della storia, della storia nazionale, della storia nazionale dell'arte.
attraverso il fare archivio l’occidente si espande e si protegge. l’archivio fa il punto della situazione in modi inequivocabili attraverso la scrittura, le arti e oggi la tecnologia: ciò che è nuovo ha spesso a che fare con la messa in discussione di ciò che è stato ufficialmente deciso, scritto o immortalato prima. ma fare archivio in senso occidentale fa diventare questi passaggi dei mutamenti chiusi: aprire qualcosa di chiuso avviene spesso solo attraverso delle forzature.
fare archivio è una strategia necessaria alla conservazione della storia ufficiale occidentale che perciò influenza anche i processi postcoloniali e la creazione di prospettive postesotiche.
le minoranze non-occidentali trasmettono le loro storie attraverso le pratiche, la vita quotidiana, la cucina e il racconto orale, tutte cose che agiscono un po’ come il vento.
ogni volta che una minoranza non-occidentale si deve relazionare ad una modalità di fare archivio di stampo occidentale è messa di fronte a una sensazione che ha a che fare con la morte.
il contesto occidentale si crede 'vincente' grazie alla chiusura e alla conservazione.
visto da questa angolazione, un modo di vivere non-occidentale è come se fosse destinato alla perdita ma questa perdita è solo un fantasma determinato dal fatto di non vivere come vivono gli occidentali. durante la trasmissione, le pratiche e i sapori non-occidentali cambiano e la capacità di cambiare, in modo positivo, è ciò che garantisce la vitalità di una storia postesotica.
la tensione verso il fare memoria tiene in considerazione il fatto che la vitalità di una pratica e di una storia non-occidentale dipende dal rischio e da quello che in occidente chiamano perdita, che è trasformazione.
siamo coscienti che tutto ciò che sfugge alla documentazione fa spesso parte dei passaggi più sinceri (dati spesso da dei riferimenti anche apparentemente incosci di origine non-occidentale) che permettono la trasformazione delle nostre singole storie in un progetto di vita comunitaria e postesotica. 
il nostro fare auto-archivio perciò dipende dal nostro, in parte, essere posizionate ad occidente e si misura con la nostra mancanza di fiducia rispetto al fare archivio istituzionale.
il video, la scrittura, il web servono per dimostrare la nostra storia e sono efficaci specialmente in ambito occidentale.

forse quello che cerchiamo di comporre non è neanche un auto-archivio. ci impegniamo a lasciare delle tracce per creare delle connessioni. perché la nostra vita possa essere letta, vista, ascoltata, toccata anche da altri e altre, anche in nostra assenza. lasciare delle tracce è postesotico. quanto sforzo ci abbiamo messo per potere ritrovare delle tracce, fare delle connessioni, a partire dalle storie delle nostre madri, dalle nostre nonne. 


eppure le connessioni più aspre a volte sono quelle con le storie dei nostri padri.
il conflitto tra perla e suo padre non s’arresta mai.
lui non perde l’occasione di farle presente l’inutilità del convegno di padova in cui intervengono, oltre a noi, intellettuali di sinistra. tanto si sa che è tutto un magna magna.
magna magna. lui che ha lavorato per le grandi imprese italiane all’estero che sfruttavano l’acqua per creare energia. lui, che suo padre stava nella milizia forestale italiana in etiopia.
sconfortante come il lavoro del padre di perla sia costantemente iscritto in logiche coloniali.
perla è nata in venezuela perché suo padre lavorava come capo cantiere della diga la honda per impregilo, un’impresa del nord d’italia tra le più grandi nel settore delle costruzioni.
i motti del padre di perla, l’anteriore come il più recente, possono essere perfettamente quelli del capitalismo stesso: il progresso, la più grande delle nostre opere e we build value (costruiamo valore).
l’ultimo lavoro prima d’andare in pensione è stato un cantiere a chioggia. dirigeva la ricostruzione della riva proprio mentre un regista, intervenuto pure al convegno di padova, stava girando un film sulle migrazioni cinesi e slave in italia. il padre di perla si lamentava che le riprese interrompessero lo svolgimento dei lavori a discapito della costruzione e del progresso dell’impresa.
un’altra coincidenza, un’altra divergenza.
un ulteriore segnale di come noi possiamo e dobbiamo cambiare il corso della storia e della storia di ognuna.



siamo a padova insieme a pensare e immaginare gli archivi del futuro: questo è il titolo del convegno.
siamo coloratissime come sempre - questa è anche una nostra forza - come sono coloratissime le isole che abbiamo creato, e piene di vita e di storie da raccontare attraverso i vestiti, il sudore, il montaggio video, gli spostamenti. le isole dipendono da una pratica, il cucito, che ha una storia molto lunga. ad esempio, fare memoria con le isole è trasmettere una pratica che ci porta al mercato, ci fa imparare ad imbastire, ad immaginare, come quando si è piccole, cose incredibili che non è vero che non si possono realizzare.

è passato quasi un anno da quando abbiamo fatto le isole, un anno da quei lunghi mesi a parigi tra shakirail e paris8. siamo partite da valencia, verona, pordenone per ritrovarci tutte a padova.
sono passati vari mesi, e molte distanze, non solo geografiche, tra di noi. il congresso sembrava un pretesto per chiarire alcuni dubbi sull’utilità dei nostri progetti e delle nostre pratiche: fare coincidere discorso teorico, pratiche quotidiane e traduzione creativa non è mai così semplice, quando le nostre storie sono così diverse.
durante il viaggio in treno da verona a padova troviamo il momento per iniziare ad esprimere i dubbi reciproci rispetto gli obbiettivi di ognuna: avremmo dovuto pensare a formulare e organizzare la nostra presentazione ma la perdita del senso comune ci ha spinto a chiederci, prima di tutto, chi siamo e cosa cerchiamo nella vita. 
 
dopo questa discussione collettiva la sfiducia è così grande tra di noi che non abbiamo la forza neanche di pensare e di decidere chi parlerà e come. poi tutto ha inizio, e le paure non sono più solo i nostri dubbi “interni” ma sono rivolte verso le aspettative esterne.
come un qualcosa che funziona in maniera indipendente la presentazione prende forma. dietro le porte chiuse dell’archivio, ci mettiamo d’accordo. non è solo l’urgenza o le attese esterne che ci animano, è la responsabilità delle nostre storie. ogni singolarità ha trovato un senso profondo nella creazione del discorso sull’arcipelago che non è mai stato un discorso chiuso. ci rendiamo conto dell’importanza di ognuna nella complessità della nostra proposta, ci accorgiamo che quella proposta si fa nello stesso momento in cui la presentiamo anche grazie all’ascolto e alle domande di chi ci ascolta. intanto costruiamo il nostro autoarchivio nelle riprese video documentative di merisma.

durante e dopo il nostro intervento, ci rendiamo conto che il convegno riunisce persone realmente interessate ai cambiamenti di prospettiva in corso.
ci hanno fatto molte domande. ci hanno chiesto:
che cosa significa fuggire, autoesiliarsi e in che modo le isole riorganizzano le relazioni tra i vissuti diasporici e quelli radicati (tania rossetto)
come le pratiche artistiche e attiviste possano creare un impatto nel pensiero
come il rimosso collettivo in occidente determina  la necessità di archivi ombra (paola zaccaria)
quali connessioni esistono tra postcoloniale, femminismo e anticapitalismo (roberto derobertis)
se ci anima la nostalgia del passato o quella del futuro (roberto beneduce)
in che modo viviamo il mercato e contrastiamo il capitalismo (leonardo de franceschi)
perché, se il mondo si divide in people who don't want to remember e people who can't afford to forget, "chi perde" si ritrova nella seconda categoria
come every day we learn how to live not in a capitalistic way (boaventura de sousa santos)



l'idea di postcoloniale che ognuna di noi aveva prima di questo convegno sicuramente era diversa da quella che ora abbiamo condiviso.
durante un dibattito annalisa oboe ha detto che il postcoloniale è possibile solo quando c’é una collaborazione tra le parti. nel nostro caso, pensare in un modo positivo la relazione tra esuli e radicati, tra sud e nord, tra africa e occidente, tra pratica e teoria, tra scrittura e pratica artistica è l'unica possibilità di trasformazione. questa idea è stata ripetuta spesso durante il congresso: è nella pratica che si scontra con le incertezze e i conflitti quotidiani grazie ai quali ci sforziamo di cambiare.
le incertezze e conflitti non si limitano solo al piano formale di una presentazione ma si rispecchiano nei piccoli gesti inconsci che incorporiamo ed emergono anche nei momenti delle cene, quando siamo assieme.  
pensare che l’arcipelago ci rappresentasse tutte non è venuto da sé, non è stato immediato.
s’è trattato d’un processo nel quale le più continentali/peninsulari di noi, autoesiliate in spagna, si sono portate dietro il carico dello stato nazionale di provenienza e lo hanno rielaborato attraverso strumenti e simbologie riguardanti il corpo e la performance, tornando nel territorio nazionale tutte le volte che entravano in scena.
vederci come un arcipelago è stato un punto d’arrivo per mettere in comune e in relazione le nostre storie.



durante il congresso in più casi si è parlato di rappresentazioni, d’arte e dell’importanza di una critica posizionata rispetto alla produzione di un immaginario “altro”.
ci siamo rese conto che la nostra proposta significa anche non sostenere una divisione tra quello di cui si parla e chi parla. abbiamo ascoltato e visto gli antropologi parlare degli artisti, gli artisti rappresentare i migranti, etc. 
il nostro impegno quotidiano è operare delle connessioni, riequilibrare i rapporti di forza e tradurre questi processi nei linguaggi che conosciamo.

per le isole è sempre, da sempre, stato difficile trovare le parole e sempre, da sempre è stato difficile trovare un modo perché le parole stessero nel processo artistico, insieme al processo artistico. è un processo ampio nel quale siamo immerse, nel quale stiamo perché ci pare buono. le tempeste non sono mai state un incidente. 
la nostalgia è stata una spinta molto forte, un sentimento mobilitante all'inizio del lavoro tra le isole. è stata un'emozione che ci ha orientate a prendere coscienza di quello che era perduto e che avremmo continuato a perdere puntando a nord o a ovest.
nel senso comune la nostalgia è la malattia del ritorno, un'attrazione in sé paradossale:  è la tensione a tornare in un luogo nel quale, in ogni caso, non si riesce a sostare né ad immaginare parti della propria vita. la nostalgia alimenta i ritorni “turistici” o “di dovere” e si fonda sull'idea di essere andate inesorabilmente avanti.
avanti significa anche dimenticare: la nostalgia è un ricordo a metà, quando ti serve dimenticare ti permette di farlo.
la memoria è costante, ci serve ovunque ci spostiamo.
in questo senso si potrebbe dire che la nostalgia è esotica, la memoria è postesotica.
da quando siamo tornate a sud e est, e a tutte le nostre storie, la nostalgia non ha avuto più un ruolo cosi’ importante. abbiamo memoria, e non più solo nostalgia, delle nostre origini.

 

domingo, 15 de febrero de 2015

postcolonialitalia-archivi del futuro

Archivi del futuro: il postcoloniale, l'Italia e il tempo a venire
convegno internazionale postcolonialitalia
Università di Padova, 18-20 febbraio 2015

Archivi del futuro invita studiosi delle scienze umane e sociali a sondare la presenza e le potenzialità del pensiero e delle pratiche d'intervento del paradigma postcoloniale nel contesto italiano. Scopo principale del convegno è promuovere un'analisi dell'impatto della prospettiva postcoloniale su forme, modi e contenuti del sapere nella tradizione culturale italiana, e incoraggiare aperture critiche su un presente che, anche attraverso la letteratura e le arti, si interroga sul proprio futuro.

All'origine del progetto postcolonialitalia, da cui nasce questo convegno, sta la tensione fra il potere normativo dell'archivio e la possibilità di rinnovarne i contenuti, nonché l'urgenza di scardinare una lunga tradizione accademica di protezione delle conoscenze e dei confini delle discipline, che ostacola occasioni di confronto ed eventuale condivisione transdisciplinare di criteri d'indagine e di produzione di significato.

Il convegno sonda inoltre la possibilità di inflettere la prospettiva postcoloniale con uno sguardo dal sud Europa, dove il sud è inteso come spazio teorico d'indagine piuttosto che come un'area geopolitica identificabile o delimitata – un luogo della cultura e della storia connesso alla nozione di sud globale, che fa riferimento alle molteplici realtà postcoloniali del mondo contemporaneo. Da tale prospettiva prova a leggere i nuovi volti di questo paese 'in transito', nell'intento di (ri)aprire i luoghi del sapere, della cultura e della politica.

lunes, 2 de febrero de 2015

Archives of the future: Italy, the postcolonial and the time to come postcolonialitalia international conference

los dias 18-19-20 de febrero estamos en padua presentando "arcipelaghi postesotici: confini italiani a sud e a est, frontiere sessuali e pratiche artistiche transnazionali" en el congreso "archives of the future: Italy, the postcolonial and the time to come" postcolonialitalia international conference.
+ INFO: aquí

 Archives of the Future invites scholars in the human and social sciences to investigate the role and the potential of postcolonial critical theories and practices in/for the Italian context. The main aim of the conference is to sound the impact of the postcolonial paradigm on forms, modes and contents of the Italian academic and cultural tradition, and to promote new critical perspectives that, by making visible the country's (post)colonial legacy, may produce an understanding of the workings of the present as it interrogates its (lack of) future.
The postcolonialitalia research project from which this conference stems investigates the tension between the normative power of the archive and the possibility to renew its contents, in the attempt to unhinge a longstanding academic tradition of defensive protection of disciplinary borders, which forecloses the possibility of confronting and sharing criteria of inquiry and meaning-production across different fields of study and branches of learning.
The conference also aims to inflect the postcolonial paradigm through a perspectival angle which we refer to as the 'European South': a provocative theoretical location, rather than an identifiable geopolitical region, connected to the notion of the 'global South' that has become a shorthand for the postcolonial peoples of the contemporary world. From this angle it tries to bring to light the new faces of a country 'in transit', and to offer new readings of its canons and archives, of the 'locations' of Italian culture.

with the collaboration of

domingo, 18 de enero de 2015

Inhabilitación de la magistrada Carmen García Martínez

Petición change.org  >>>> link

Inhabilitación de la magistrada Carmen García Martínez

Dirigida a C-G.P.J Inhabilitación de la juez Carmen García Martínez y 3 otros
Esta petición será entregada a:
C-G.P.J
Inhabilitación de la juez Carmen García Martínez
magistrada
Dña. Carmen García Martínez
fiscal
Juzgado de instrucción n. 18 de Barcelona
redacció
redacció

Carmen García Martínez: 'Ni que vinieran 1000 como vd. creeré antes la palabra de un policía'.
Firma para la cesión en sus funciones de la magistrada responsable de casos como el 4F. (https://www.youtube.com/watch?v=M5H_DPR1LTg)
Esta señora se dedica a dictaminar prisión preventiva para manifestantes sin antecedentes ni pruebas inculpatorias, arrestados aleatoriamente mientras ejercían su derecho a la manifestación pública y probablemente también pacífica, al menos hasta que no se demuestre lo contrario. La última orden de prisión preventiva en estas circunstancias para uno de los manifestantes por el deslojo de Can Vies.
Es una auténtica verguenza que señoras de probada parcialidad, subjetividad e incompetencia, que sentencian con alegría medidas desproporcionadas faltando a la razón, al derecho y a la libertad, sigan ejerciendo poder represor de estado sin que casi nadie levante una ceja.
Para más inri, hasta la audiencia provincial la ha desacreditado en alguna ocasión por excederse en sus sentencias: http://www.elperiodico.com/es/noticias/sociedad/audiencia-barcelona-desautoriza-jueza-libertad-sin-fianza-tres-estudiantes-detenidos-29-m-1745681
Ojalá esta petición llegue a sus manos y a las de todos aquellos que ejercen la inmundicia amparados por el mecanismo de estado. Ojalá se pongan rojos de rabia, porque verguenza (no de la cristiana, de la de decencia humana) está probado que no les queda.
Señora, dedíquese a otra cosa....

Centenars de manifestants homenatgen Patrícia Heras a plaça Sant Jaume

La directa >>> link

Centenars de manifestants homenatgen Patrícia Heras a plaça Sant Jaume després del passi de Ciutat Morta a TVC

Emotius parlaments de Mariana Huidobro, Sílvia Villullas i Xavier Artigas. Exigeixen la reoberta del cas i una investigació de les pensions vitalícies als policies condemnats per tortures greus
Mariana Huidobro dirigeix paraules emocionades a la gent concentrada
/ Victor Serri 
18/01/2015
El passi al Canal 33 del documental Ciutat Morta, malgrat els cinc minuts de censura per ordre judicial, ha estat tot un èxit. S'han fet projeccions públiques a més de 300 locals distribuïts per tota la geografia catalana i, a l'espera de les xifres d'audiència definitives, de ben segur que s'han superat els 42.000 espectadors que va tenir l'emissió de Pa Negre, al mateix programa Sala 33 de la televisió pública. Només amb els passis a casals i ateneus s'ha superat la xifra de 10.000 espectadores. Un cop finalitzada l'emissió per les xarxes ha circulat com la pólvora la convocatòria de vetlla amb espelmes a la plaça de Sant Jaume, en homenatge a Patricia Heras. Des de la Ronda de Sant Pau s'ha fet una manifestació que ha travessat el Raval encapçalada per la pancarta “Prou brutalitat, prou impunitat”. Molts crits recordaven a Juan Andrés Benítez, Ester Quintana i les preses anarquistes. La plaça de Sant Jaume conservava el silenci tot i que hi anava arribant gent que cridava “4F, ni oblit ni perdó”. Un cop dins la plaça la imatge dels ciris encesos a les portes del consistori congelava la respiració. A primera fila de l'acte les familiars i les amigues de Patrícia Heras i de Rodrigo, Àlex i Juan.
En nom del conjunt de familiars i amigues de les principals víctimes del cas ha reclamat que s'investigui tot de nou i que es reobre el procés judicial
Amb un improvisat equip de so s'han fet els parlaments. Mariana Huidobro, mare de Rodrigo Lanza ha agafat la paraula molt emocionada “Ara que som aquí recordo els mesos que vam cridar que volíem justícia davant les portes de l'Ajuntament, però hi havia un mur un gran mur que no podíem travessar. Mai m'hauria imaginat que podríem arribar fins on som ara, gràcies a totes, gràcies a tota la gent preciosa i maca que ens ha ajudat”.

Familiars, amistats de la Patricia, així com persones anònimes van exigir que es reobri el cas / Victor Serri
Sílvia Villullas, amiga de Patrícia Heras ha parlat entre llàgrimes. “Penso en el passat però penso també en el futur i ara penso en les companyes anarquistes que estan preses. Estic molt emocionada i tot plegat em porta a pensar en Patri i encara que jo pensava que estava molt lluny està més a prop, està aquí amb nosaltres. Gràcies a totes vosaltres per estar amb nosaltres aquí”.

Xavier Artigas, codirector del documental ha aprofitat per recordar que el cas 4F no s'acaba aquí i que molta gent encara ha de respondre interrogants que són sobre la taula: “com pot ser que els agents condemnats per tortures tinguin jubilacions vitalícies de fins a 1800 euros? Ens ho ha d'explicar Xavier Trias”. En nom del conjunt de familiars i amigues de les principals víctimes del cas ha reclamat que s'investigui tot de nou i que es reobre el procés judicial. Eren quarts de tres de la matinada quan s'ha donat per desconvocada la concentració. Els ciris i les espelmes, però, han seguit cremant i posant llum a les portes de l'Ajuntament de Barcelona.

domingo, 7 de diciembre de 2014

nuestra presentación para el debate armsidea - diana j. torres


armsidea es una faceta del colectivo ideadestroyingmuros.
un proyecto que nace en 2005, año en el cual algunas de nosotras se han ido de italia hacia españa y que recoge nuestra experiencia sobre performance y arte escénica.

llegamos en españa durante el comienzo de la política socialista de zapatero.
desde nuestra perspectiva el contexto español se proponía como una periferia resistente al proyecto europeo. en un primer momento nos daba la ilusión de otras posibilidades.
más allá de una relación exótica respecto al contexto español nos dábamos cuenta que en comparación a nuestra vivencia en italia (donde se habían alternado en 20 años los gobiernos de berlusconi o los de la izquierda moderada por un capitalismo suave), aquí se apostaba por la cultura, por atreverse a representar algo diferente de los cánones estéticos impuestos desde una cultura occidental clásica filo nórdica/imperialista.
esta condición al llegar en españa fue importante para pensar en algo tan básico como creer que también nosotras teníamos algo que contar y tomar en cuenta.

nuestra diáspora vio irnos de italia por razones culturales y relacionales (en italia los términos colectivo y feminismo daban y quizá dan todavía algo de alergia).
con respecto a la construcción de género y sexual llegábamos desde el nord est italiano que se proponía como un lugar de conservación de valores patriarcales nacionales como la familia de sangre, la productividad, la riqueza y el blanco hacía una integración al proyecto capitalista global de promoción de los valores meid in iuesei, como la espectacularización del cuerpo, del sexo y la mercantilización de la vida y de las relaciones.
en nuestra experiencia rebelarse a estas superposición de poderes no podía traducirse en invisibilizar nuestros cuerpos y nuestras sexualidades, ni tampoco enseñarlo como objeto de deseo. así que nuestra investigación empezó a centrarse hacía una forma de empoderamiento, de politización de nuestras vidas y de nuestras relaciones desde perspectivas feministas y anticapitalistas.

en 2005 si para españa era el año de la legalización del matrimonio entre persona del mismo sexo (y que significó por algunos y algunas aqui una ola de optimismo respecto a un progreso social hacia un modelo de desarrollo occidental) para nosotras recién llegadas de italia todavía resultaba extraño ver a dos mujeres besandose por la calle.
parecía que el estado español nos abriera la oportunidad de amar de la manera que quisiéramos (la homosexualidad era visible y la sexualidad era un asunto muy hablado en las universidades como en las peluquerías) pero con los años nos dio más la impresión de estar en el proyecto europeo occidental de democracia sexual.  un campo de cultivo donde gozar y que excluye el este de europa explotandolo y exprimiendo su diaspora.

desde 2007 género, feminismo y sexualidad han sido puntos importantes en los cuales hemos trabajado. nos involucramos activamente en visibilizar la lucha por la despatologización trans, los derechos por las prostitutas y el postporno... que vieron en el estado español un centro de investigación importante.

hicimos red con los colectivos que también estaban trabajando en estos temas y empezamos a representar nuestras vivencias desde una perspectiva no radicada en un contexto nacional, o sea como inmigrantes.
dentro a esta red de colectivos y de transiciones de relaciones afectivo-amorosas hemos intentado, en la línea del posible marcar unas diferencias, que eran reales, dadas por nuestras propias proveniencias. a veces nosotras mismas hemos caído en procesos de integraciones que han sido en el tiempo destructivos entre nosotras.
desde el tener conciencia de que teníamos algo que contar poco a poco esta posibilidad se tradujo en legitimidad, aunque fuera la red underground a reconocernosla. este hecho en el cotidiano significó compartir una lucha que a la vez sentíamos nuestra a la cual queríamos pertenecer y que en el mismo momento nos quería absorber. cada vez era un reto formar parte de una colectividad más grande y mantener nuestras características y motivaciones.
los procesos de integración implican reconocer y someterse a un modelo de desarrollo y de cultura a cambio de poder, legitimidad, visibilidad, privilegios, aunque entre pobres.
el sistema capitalista apuesta por el consumismo como valor identitario fundante, que todo se pueda consumir y que todo y todas podamos ser consumido, sin sentimiento de culpabilidad alguno. las diferencias que se involucran en un proceso de integración son fuerza motor. si esto se verifica significa que estamos ganando, que tenemos el control que somos parte activa de occidente. por esto nuestra posición es de quien pierde encuentra, encontrando en la pérdida una posición buena que nos permite realizar trenzas-alianzas.

como colectivo armsidea empezamos en la performance con la misma colaboración con diana j. torres que por un lado ha sido un empuje a romper algunos límites que nosotras misma necesitamos experimentar, por otro lado ha sido no tener en cuenta las diferencias entre nuestras historias y su historia que en aquél momento era de una persona radicada.

sin tener en cuenta como la sexualidad blanca ha construido explotación y dominación en sus desplazamiento coloniales y neocoloniales, pornocapitalismo es un ejemplo de performance que critica la construcción de una sexualidad spetacolarazida, estandarizada y globalizada según el imaginario sexual vinculado geopolíticamente al contexto específico italiano.

también en la performance pornodrama nos hemos cuestionado nuestra manera de vivir las relaciones desde la vivencia del drama como único canal de aprendizaje del amor. una manera de ser y aprender típica italiana.

en este sentido, nuestra última propuesta escénica, el kabaret, se ha enmarcado en un contexto menos vinculado a la nación de proveniencia sino a un plano más global europeo occidental. con el kabaret hemos trabajado sobre una crítica contro la homologación cultural nord-europea y al sujeto privilegiado blanco (hombre y mujer).

con los años nos hemos dado cuenta que las fronteras que legitiman o limitan los sujetos se han modificados rápidamente. para nosotras aquellos sujetos subalternos que reivindicaban el derecho a una sexualidad más posible/libre son los que se han convertidos en los consumidores de relaciones y son los que tienen facilidad de movimientos dentro las fronteras de europa occidental.
en este contexto occidental, urbano poca cabida tiene la revolución si sigue entrando en la misma lógica de desarrollo.

trabajar de forma política con la visibilidad de poder consumir de forma libre la sexualidad (con el post porno) no nos deja fuera de valores capitalistas.
nuestras experiencias respecto a estos valores han sido ambiguas porque si por un lado se quería poner en crítica la privatización de las relaciones a favor de un ilusorio compartir, por otro se propuso una poligamia sexual-afectiva enraizada en la monogamia cultural de “estado” o bien de un contexto de desarrollo. esta posibilidad de poligamia es posible solo entre códigos similares y familiares, entre unas fronteras occidentales y desde el mismo contexto político. Afortunadamente desplazandonos todo estos valores se caen dando la posibilidad de preguntarnos si son verdaderamente valores revolucionarios.  
el capitalismo con su poder absorbente ha involucrado las instancias de las minorías sexuales haciendo sus reivindicaciones banderas de libertad.
finalmente al proyecto europeo occidental, las luchas de las minorías sexuales han sido muy útiles para oponerse a los contextos extra europeo. la derecha norteuropea utiliza las políticas de los derechos lgtbq en contra a todo lo que no pertenece a occidente, contra al mundo árabe musulmán. por ejemplo el pink washing se ha traducido en una práctica occidental “civilizadora” de demostración de mayor libertad, un lavado de cara a su plan político de explotación y dominación colonial.
el mismo feminismo es una práctica nacida en el contexto occidental, urbano, blanco en respuesta al patriarcado, pero que si no se posiciona de forma explícita en contra de un modelo de desarrollo dominante tiene el riesgo de acabar sosteniendo los privilegios blancos capitalistas.
el racismo y la ignorancia no dejan espacio en tener referentes otros respecto a procesos colectivos y de relaciones.
no se puede limpiar el jabón con el jabón (nos comenta un amigo senegalés) no se puede cambiar un contexto que oprime sin quien es oprimido, sin desplazarse, sin perder nuestros roles privilegiados.

hoy en día nos preguntamos y nos ponemos a reflexionar conscientemente con quien hacer alianza, quien querer, que valores sostener y que valores perder.

las amistades y las relaciones de amor que estamos teniendo con nuestros amigos senegaleses bayefall (morudismo), nos están cuestionando desde el primer día sobre el valor y el significado de algunas herramientas que dábamos por hecho que fueran buenas como la poligamia occidental que a menudo está basada en el engaño y el silencio, prácticas sexuales como el sm, que tal vez puede tener un sentido respecto a su lugar de resignificación, alemania, respecto a su historia en la segunda guerra mundial y respecto a aquellos que se identifican en esto contexto pero que en frente a las historias de esclavitud y de la diáspora africana resignificarla no es posible. abrir el cajon y sacar un látigo como juguete en frente a una persona que tiene una historia de esclavitud respecto al blanco y occidente no es posible, aquel látigo no es un juguete y no representa el consenso, representa colonización, violencia y muerte. así por ejemplo la política de los espacios privado y público vivido cerca a gente sin papeles se redefinen, en este sentido nos preguntamos ¿quien tiene verdaderamente posibilidad de vivir y ocupar el espacio público? la malicia, la posibilidad de solucionar conflictos con la sexualidad, construir la confianza a partir del reconocerse familiares también en la economía, son valores de una europa occidental incrustados en consumir la vida misma.
cuestionarlos y problematizarlos en cuanto valores dominantes que se proponen como mejores y colonizadores es algo imprescindible si queremos tener posiciones anticapitalistas.

hacer frontera a la europa occidental desde dentro, resistir, crear archipiélago que no se construyan solo en la distrucción de un nordporncapitalism sino en la creación, es algo que necesita alianzas geopolíticas para encontrar y aprender otros valores de vida.
consideramos nuestras herramientas técnicas y tecnológicas como útiles no sólo para comunicar nuestros discursos sino como compartidas y al servicio de los discursos invisibilizados de nuestros amigos baye fall, por ejemplo.
vivimos el compartir como una práctica cotidiana continua de amor, donde no cabe la posibilidad privilegiada de elegir ‘hoy no’ pero sí hay espacio para la organización, la responsabilidad y el tiempo necesario para equivocarse, aprender y mejorar gracias a cada uno y cada una. de hecho vivimos en keurgumag (casa grande, en wolof), tres pisos vecinos y dos satélites donde idiomas, ollas, vasos, mantas y almohadas se mueven constantemente. todas las noches cenamos juntos como un ritual de cuidado.
nos volvemos a plantear la idea de sexualidad no como prácticas de goce en una relación o como una expresión de ruptura de tabúes tal vez exóticos, sino como una celebración de la confianza entre diversidades de clase, raza además que de género y sexo, que se quieren separadas en nuestro contexto y que queremos unidas.